Scriabin Sonata no. 1 in Fa minore Op. 6/ Ashkenazy

Alexander Scriabin scrisse questa sonata nel 1892, la prima di una serie di 10 sonate per pianoforte. Dal carattere scuro e funereo (il quarto movimento è appunto ‘Funebre’), segna altresì un momento tragico nella vita del compositore: Scriabin si era appena gravemente danneggiato le articolazioni della mano destra in seguito a uno studio folle sulla Fantasia sul Don Giovanni di Listz e sull’Islamey di Balakirev. Il suo è dunque un grido disperato ad un Dio che sembra averlo condannato a un irreparabile destino. Con il tempo, la sua mano destra, si dice, guarì.

1. Allegro con fuoco

2. Adagio

3. Presto

4. Funèbre

Di seguito la versione di Vladimir Ashkenazy.

Il tempo perso… (lavorando!)

Le temps perdu

Devant la porte de l’usine

le travailleur soudain s’arrête

le beau temps l’a tiré par la veste

et comme il se retourne

et regarde le soleil

tout rouge tout rond

souriant dans son ciel de plomb

il cligne de l’oeil

familièrement

Dis donc camarade Soleil

tu ne trouves pas

que c’est plûtot con

de donner une journée pareille

à un patron?

   Jacques Prévert

————————————————————-

Il tempo perso

Sulla porta dell’officina

d’improvviso si ferma l’operaio

la bella giornata lo ha tirato per la giacca

e non appena volta lo sguardo

per osservare il sole

tutto rosso tutto tondo

sorridente nel suo cielo di piombo

fa l’occhiolino

familiarmente

Dimmi dunque compagno Sole

davvero non ti sembra

che sia un po’ coglione

regalare una giornata come questa

ad un padrone?

traduzione di M. Cucchi e G. Raboni, Ugo Guanda Editore 

Prévert insegna

Paris at night

Trois allumettes une à une allumées dans la nuit

La première pour voir ton visage tout entier

La seconde pour voire tes yeux

La dernière pour voir ta bouche

Et l’obscurité tout entière pour me rappeler tout cela

En te serrant dans mes bras.

Image

Tre fiammiferi accesi uno per uno nella notte

Il primo per vederti tutto il viso

Il secondo per vederti gli occhi

L’ultimo per vedere la tua bocca

E tutto il buio per ricordarmi queste cose

Mentre ti stringo fra le braccia.

traduzione di M. Cucchi e G. Raboni, Ugo Guanda Editore

Logiche dell’avere e dell’essere: la mia logica del creare

Ci sono stati degli anni, in particolare nel decennio ’90, in cui si parlava spesso dell’AVERE e dell’ESSERE. Il motto era che bisognava cercare di essere piuttosto che di avere: era ed è una giusta riflessione senza dubbio sulla spersonlizzazione dell’essere causata dal troppo avere. O dal troppo voler avere. Un consumismo sfrenato portato all’estremo che in certi momenti ci priva del nostro autentico essere.

Ritengo tuttavia che ci si possa far rubare l’anima dal consumismo solo se lo si vuole veramente. Gli oggetti di shopping seppure inutili e non immediatamente necessari che acquistiamo, soprattutto i capi di vestiario per noi donne, possono anche diventare una necessità che non prevarichi il nostro essere. Certamente in qualche momento della nostra vita possiamo essere spinti all’acquisto quasi come reazione ad un profondo bisogno d’affetto che nessuno in quel momento, e molto probabilmente mai, riuscirà a colmare. E si nasce, forse, anzi senza forse, con questo buco nero dentro al cuore in cui gettare un po’ di immondizia, in cui liberarsi dei cattivi pensieri, nell’attesa che qualcuno di inesistente si butti a mo’ di kamikaze in quel buco e ci impedisca di poter dare ancora sfogo a una cronica sfiducia nel genere umano.
E in tutto questo, la logica del creare: non l’essere che mi riesce personalmente difficile, né l’avere, che sono soltanto comete passeggere. Il creare, il modellare una musica, una melodia cantata, uno scritto, una poesia, che forse nessuno leggerà. Ma quell’impeto delle emozioni e dell’essere anche cerebrale che ha bisogno di trovare una valvola di sfogo. Ma non uno sfogo fine a se stesso, un bisogno di creazione di emozioni, soprattutto in musica e in parole. Che poi, forse, servono soltanto a far sentire meglio se stessi…ritornando al perenne circolo dell’essere prepotentemente… IO.

Amori impossibili

Amori impossibili come

sono effettivamente impossibili le colline

Non è possibile che tanto amore

in esse venga apertamente

dato

e al tempo stesso dissimulato, anzi

reso inaccessibile

Serie senza requie di inaccessibilità

che pur fa da accattivante

ingradante tappeto sulla

più grande breccia demenza desuetudine

Colline ricche di mille pericoli di morte

per            quietamente

per            avventato soccorrere

tra cielitudini

per            insufficienza di attenzione a sé –

di sorte in sorte

“intralcierà”          “si defilerà”

Andrea Zanzotto

Di Elio Pecora

I.

L’idea di stare

dentro un immenso vuoto

affardellati di niente,

nel niente incespicando.

Cercarsi, nemmeno accostarsi.

Domande. Mai chiuse risposte.

Pure qui l’ora, il giorno.

Quale voce accompagna?

quale mano conduce?

Un grumo ogni storia residua.

Desiderio è mancanza.

Indifferenti stelle

dentro abissi insondabili,

sperse divinità

in limbi senza nome.

Altra la soglia, la stanza,

poco avanti lasciate,

altro il momento, il percorso,

lo sguardo sorpreso allo specchio.

Non v’è ritorno,

soltanto l’andare e l’addio.

Elio Pecora