Listz ‘La campanella’ / Paganini

Questo pezzo, composto da Listz nel 1851, è il terzo dei sei “Grandes Études de Paganini”, in realtà una versione rivisitata di un brano del 1838, tratto dagli “Études d’exécution transcendente d’après Paganini”. La melodia portante è ispirata al movimento finale del Concerto per violino no. 2 in Si minore di Paganini, dove il motivo veniva accentuato ancor di più dall’uso di una piccola campanella, appunto.

L’imperdibile e celeberrima versione di Kissin, e il movimento finale del concerto di Paganini nella versione di Uto Ughi.

Scriabin Sonata no. 1 in Fa minore Op. 6/ Ashkenazy

Alexander Scriabin scrisse questa sonata nel 1892, la prima di una serie di 10 sonate per pianoforte. Dal carattere scuro e funereo (il quarto movimento è appunto ‘Funebre’), segna altresì un momento tragico nella vita del compositore: Scriabin si era appena gravemente danneggiato le articolazioni della mano destra in seguito a uno studio folle sulla Fantasia sul Don Giovanni di Listz e sull’Islamey di Balakirev. Il suo è dunque un grido disperato ad un Dio che sembra averlo condannato a un irreparabile destino. Con il tempo, la sua mano destra, si dice, guarì.

1. Allegro con fuoco

2. Adagio

3. Presto

4. Funèbre

Di seguito la versione di Vladimir Ashkenazy.

Logiche dell’avere e dell’essere: la mia logica del creare

Ci sono stati degli anni, in particolare nel decennio ’90, in cui si parlava spesso dell’AVERE e dell’ESSERE. Il motto era che bisognava cercare di essere piuttosto che di avere: era ed è una giusta riflessione senza dubbio sulla spersonlizzazione dell’essere causata dal troppo avere. O dal troppo voler avere. Un consumismo sfrenato portato all’estremo che in certi momenti ci priva del nostro autentico essere.

Ritengo tuttavia che ci si possa far rubare l’anima dal consumismo solo se lo si vuole veramente. Gli oggetti di shopping seppure inutili e non immediatamente necessari che acquistiamo, soprattutto i capi di vestiario per noi donne, possono anche diventare una necessità che non prevarichi il nostro essere. Certamente in qualche momento della nostra vita possiamo essere spinti all’acquisto quasi come reazione ad un profondo bisogno d’affetto che nessuno in quel momento, e molto probabilmente mai, riuscirà a colmare. E si nasce, forse, anzi senza forse, con questo buco nero dentro al cuore in cui gettare un po’ di immondizia, in cui liberarsi dei cattivi pensieri, nell’attesa che qualcuno di inesistente si butti a mo’ di kamikaze in quel buco e ci impedisca di poter dare ancora sfogo a una cronica sfiducia nel genere umano.
E in tutto questo, la logica del creare: non l’essere che mi riesce personalmente difficile, né l’avere, che sono soltanto comete passeggere. Il creare, il modellare una musica, una melodia cantata, uno scritto, una poesia, che forse nessuno leggerà. Ma quell’impeto delle emozioni e dell’essere anche cerebrale che ha bisogno di trovare una valvola di sfogo. Ma non uno sfogo fine a se stesso, un bisogno di creazione di emozioni, soprattutto in musica e in parole. Che poi, forse, servono soltanto a far sentire meglio se stessi…ritornando al perenne circolo dell’essere prepotentemente… IO.

E canto…

Cantare e liberare te stessa dai vincoli dei doveri che la vita ti impone, Il dovere di sorridere, di essere triste, di fare il proprio lavoro, di guadagnare, di dare retta agli altri, di dire di sì, di non poterli mandare affanculo. Il dover di fare buon viso a cattivo gioco, di approvare un discorso banale. Nel momento in cui canto si crea una magia: il sentire me stessa dentro a un grande battito che pulsa assieme a me. E non posso non battere assieme a lui. Credo che se non potessi più cantare, la mia vita perderebbe ogni suo senso. Forse il senso lo acquista proprio perché esiste la musica. Non è l’esistenza delle cose a legittimare la musica, ma la musica a legittimare l’esistenza delle emozioni.