Logiche dell’avere e dell’essere: la mia logica del creare

Ci sono stati degli anni, in particolare nel decennio ’90, in cui si parlava spesso dell’AVERE e dell’ESSERE. Il motto era che bisognava cercare di essere piuttosto che di avere: era ed è una giusta riflessione senza dubbio sulla spersonlizzazione dell’essere causata dal troppo avere. O dal troppo voler avere. Un consumismo sfrenato portato all’estremo che in certi momenti ci priva del nostro autentico essere.

Ritengo tuttavia che ci si possa far rubare l’anima dal consumismo solo se lo si vuole veramente. Gli oggetti di shopping seppure inutili e non immediatamente necessari che acquistiamo, soprattutto i capi di vestiario per noi donne, possono anche diventare una necessità che non prevarichi il nostro essere. Certamente in qualche momento della nostra vita possiamo essere spinti all’acquisto quasi come reazione ad un profondo bisogno d’affetto che nessuno in quel momento, e molto probabilmente mai, riuscirà a colmare. E si nasce, forse, anzi senza forse, con questo buco nero dentro al cuore in cui gettare un po’ di immondizia, in cui liberarsi dei cattivi pensieri, nell’attesa che qualcuno di inesistente si butti a mo’ di kamikaze in quel buco e ci impedisca di poter dare ancora sfogo a una cronica sfiducia nel genere umano.
E in tutto questo, la logica del creare: non l’essere che mi riesce personalmente difficile, né l’avere, che sono soltanto comete passeggere. Il creare, il modellare una musica, una melodia cantata, uno scritto, una poesia, che forse nessuno leggerà. Ma quell’impeto delle emozioni e dell’essere anche cerebrale che ha bisogno di trovare una valvola di sfogo. Ma non uno sfogo fine a se stesso, un bisogno di creazione di emozioni, soprattutto in musica e in parole. Che poi, forse, servono soltanto a far sentire meglio se stessi…ritornando al perenne circolo dell’essere prepotentemente… IO.

Gli aforismi fanno trendy

La nostra epoca è permeata di parole. Lo stimolo parlato, sussurrato, letto, commentato, condiviso nelle molteplici piattaforme in cui ci si incontra, più o meno virtualmente, a scambiarsi idee, emozioni, anche cazzate. In tutto questo ricorrono in maniera quasi ossessiva gli aforismi, in senso stretto, quali appunto citazioni di scrittori o personaggi più o meno conosciuti del passato e del presente, e le ‘frasi fatte’, frasi di senso comune o modi per catalogare la realtà. Credo che psicologicamente serva all’essere umano l’illusione che la realtà sia catalogabile, che le cose possano essere ridotte a uno ‘scheletro’ essenziale che ci permetta di riconoscerle, di sapere come comportarci, per evitarci inconsulte reazioni, l’essere spiazzati di fronte a una situazione piuttosto che il soffrire a causa di essa. E’ diventato quasi un accanimento, quello di rifarsi ad aforismi o frasi di senso più o meno comune, anche tailor- e self-made, che ci permettano di descrivere una qualsiasivoglia cosa o persona.

Ma la realtà è veramente riducibile a tutto questo? C’è una frase di Kurt Cobain che riporto qui di seguito e che mi piace molto riguardo la verità. E be’, non sono riuscita nemmeno stavolta a sottrarmi alla moda degli aforismi. Che in fondo, fanno trendy.

E la verità è che non c’è verità, che nessuno se ne va mai per davvero e nessuno resta per sempre.

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