Quanto siamo dipendenti dai social?

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In molti ci saremo posti questa domanda, almeno una volta. Quei social che tanto diamo per scontati da percepirne la mancanza, quasi andassimo in crisi d’astinenza, ogni qualvolta non troviamo “campo”. Sembra quasi una compulsione, più che una reale necessità, quella di aprire Facebook o Instagram. Per Whatsapp farei un discorso a parte,  magari in un altro articolo, dato che la natura delle interazioni con gli utenti è marcatamente diversa dagli altri due social (tuttavia tutti e tre di proprietà di Zuckerberg, anche questo un interessante spunto di riflessione). La pulsione psicologica che ci spinge a entrarci più volte, nell’arco della giornata, ha tuttavia, in fondo, radici comuni.

Secondo uno studio condotto a Riccione nel 2019, presso il Forum della Ricerca in Psicoterapia (link qui), quasi l’80% del campione intervistato afferma di utilizzare i social per rimanere connesso coi propri amici. Oltre il 50% cerca eventi nella propria città, e un buon 40% li sente come un mezzo per evadere dalla quotidianità. Fermiamoci un attimo ad analizzare le ragioni sopra esposte. Cosa significa rimanere connessi coi propri amici? Non abbiamo, forse, dei nostri amici, anche il numero di telefono, col quale sentirli al di fuori? Perché abbiamo bisogno di vedere una loro rappresentazione nei social? Escludiamo per un momento Whatsapp, e focalizziamoci su Facebook e Instagram, che la maggior parte di noi utilizza più sovente. I nostri profili sui social altro non sono che una rappresentazione di noi stessi. Non possiamo realmente pensare che, anche prendendo la più spontanea delle persone, quello che noi postiamo sui social, in termini di post condivisi o creati da noi, foto e quant’altro, siano il nostro io. E in questo si gioca l’equivoco dei social – far credere agli utenti di essere interconnessi, quando nella migliore delle ipotesi sono le varie raffigurazioni di noi stessi ad essere connesse, come dei personaggi che creino una serie di sceneggiature alle quali decidono di far partecipare, di volta in volta, altri personaggi.  E quanti di questi “amici” lo sono poi  anche nella vita reale? Forse si contano sulle dita di una mano. Vogliamo illuderci di avere molti amici, perché fa bene al nostro ego, quando in realtà magari non vediamo i migliori conoscenti da anni… li incontriamo in un bar e quelli fanno finta di non vederci, salvo poi salutarci con un sorriso a 74 denti… e lì ti sorge un dubbio sulla loro buona fede nel non averti visto prima.

 

 

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Le foto che postiamo dei nostri momenti di vita reale, sono la materia di base di una grande rappresentazione che creiamo del nostro personaggio, consapevole o inconsapevole. Può essere più o meno consapevole a seconda dell’utilizzo che facciamo del mezzo – se prendiamo ad esempio un personaggio pubblico o, più calzante ancora, un influencer, le foto che posterà saranno tanto più distanti dal suo io tanto più saranno vicine a quello che vuole far passare ai suoi follower (o “seguaci”, che rende l’idea di social teatrale, appunto, quale è a mio parere). Tornando pertanto al punto iniziale, noi non siamo sui social perché vogliamo restare connessi coi nostri amici, bensì con le rappresentazioni di noi stessi che creiamo sui social – come mezzo di condivisione di una vetrina di sé che spesso nasconde ansia da solitudine, mania di perfezionismo, stress da quotidianità soffocante o inappagante.

Lo dicono molte ricerche condotte per identificare i parametri della cosiddetta Internet Addiction o Dipendenza da Internet. I minuti diventano delle ore… provate un po’ ad andare a vedere, nelle vostre impostazioni di Facebook, quante ore passate su quel social. Ne rimarrete sconvolti. Arrivate a casa e, invece di fare la lavatrice, entrate un attimo in Facebook, spinti da non so che cosa. Solo cinque minuti… quei cinque minuti diventano mezz’ora, nella migliore delle ipotesi. La perdita del senso del tempo è infatti il primo parametro che viene misurato per capire se una persona ha dipendenza dal suddetto mezzo.

Il secondo aspetto è avere problemi a portare a termine i compiti quotidiani, o coltivare le relazioni interpersonali, pertanto un crescente isolamento dal mondo reale. Potremmo dire, beh fino a che non mi trovano imbambolato davanti a Facebook nel bel mezzo di una serata tra amici, sono salva… ma se ripensate appunto al rientro dal lavoro e al vostro perdere una buona mezz’ora se non di più che potevate impiegare in altro, vi rendete conto che sebbene la vostra dipendenza possa essere più lieve, comunque c’è.

Mi ha stupito anche riscontrare come in letteratura si sia scoperto che la dipendenza può essere altresì legata a un “Information overload”, ovvero la ricerca compulsiva di informazioni online. Se affermate di utilizzare i social o Internet in senso lato per reperire informazioni, non ne siete esenti, anzi… o la vostra è una banale scusa, oppure anche se realmente lo fate, e traete una malcelata euforia dal trovare le informazioni che cercavate, avete una seppure più nobile dipendenza da Internet. Più nobile forse perché invece di farvi i selfie in spiaggia, cercate informazioni di attualità per arricchire le vostre conoscenze. Quante però, di queste conoscenze, sono realmente utili ? Quante ricerche possono essere rimandate anche solo al giorno dopo, invece di passare delle ore a raccattare articoli su un determinato argomento?

Il nostro utilizzo dei social e di Internet, in senso lato, diventa lo specchio di noi stessi. Dal modo con cui ci approcciamo a questi mezzi possiamo comprendere un pezzo di noi di cui non vogliamo renderci conto. Che sia un innato perfezionismo o una maniacale voglia di ostentare, una compulsione da persona ansiogena o uno stress represso troppo a lungo, colmiamo, spesso, un senso di solitudine o morbosa curiosità nell’osservare le rappresentazioni degli altri nei social e nell’esporre i nostri profili al pubblico divertimento.

Ecco allora come questi mezzi siano passati dall’essere uno svago all’essere un oggetto di studio, uno specchio della nostra società, che senza Internet sarebbe assolutamente impensabile. I social, tralasciando Internet, hanno una loro reale funzione informativa? Facebook è un ricettacolo di fake news che molte persone condividono senza nemmeno prendersi la briga di verificarle – in quanto, troppo spesso, rispondono a delle loro ideologie, delle loro opinioni, che, ancora una volta, ostentano soprattutto inconsapevolmente per allestire la loro vetrina. Non interessa loro che quella notizia sia vera o falsa, la consapevolezza che sia falsa sarebbe troppo difficile da accettare. Un intero castello di convinzioni pregresse crollerebbe. Preferiscono ignorarlo, ignorando in molti casi un sano confronto con altri utenti che li pongono di fronte a questa mancanza di accuratezza. Esiste, quindi, in ultima analisi, un utilizzo “buono” dei social, e fino a dove possiamo spingerci, dove sta la demarcazione, se esiste? Possiamo permetterci di staccarci dai social senza sentirci poco moderni, o dobbiamo continuare a utilizzarli, col fortissimo rischio di sentirci troppo “dentro” la realtà virtuale, e pertanto con la perenne sensazione di perdere il nostro tempo?

A chi fa comodo la diffusione di fake news, anche indirettamente? Chi beneficia nel far credere a milioni di persone che la pandemia di Covid sia stata pianificata a tavolino, per far guadagnare miliardi a Bill Gates? Chi ha interesse a renderci più ignoranti di quanto già non siamo, con scarso o zero senso critico, in un paese come l’Italia dove, a mia memoria, la materia Educazione Civica, ad esempio, è inserita solo formalmente nel programma, ma non viene mai insegnata? Mi pongo questi quesiti e mi faccio un’idea di come i social esacerbino quotidianamente i nostri difetti, di come pongano in essere una mediocrità di pensiero estemporanea, dove tutto è ridotto al bianco e nero, dove commentare un articolo di giornale diventa andare in guerra con milioni di utenti.

The show must go on.

 

Listz ‘La campanella’ / Paganini

Questo pezzo, composto da Listz nel 1851, è il terzo dei sei “Grandes Études de Paganini”, in realtà una versione rivisitata di un brano del 1838, tratto dagli “Études d’exécution transcendente d’après Paganini”. La melodia portante è ispirata al movimento finale del Concerto per violino no. 2 in Si minore di Paganini, dove il motivo veniva accentuato ancor di più dall’uso di una piccola campanella, appunto.

L’imperdibile e celeberrima versione di Kissin, e il movimento finale del concerto di Paganini nella versione di Uto Ughi.

Mozart Piano Sonata no. 14 in Do minore K457/ Sokolov

Uno dei capolavori di Mozart, rappresenta un unicum all’interno della sua produzione. Questa sonata e la sonata no. 8 in La minore K310 sono le uniche ad essere state scritte da Mozart in una tonalità minore.

Il tono drammatico e inquieto della sonata, il respiro affannoso e senza risoluzione, sono innovazioni mozartiane che ispireranno poi Beethoven.

Uno di quei brani che ti sconvolgono dentro. 

Versione di Grigori Sokolov.

Scriabin Sonata no. 1 in Fa minore Op. 6/ Ashkenazy

Alexander Scriabin scrisse questa sonata nel 1892, la prima di una serie di 10 sonate per pianoforte. Dal carattere scuro e funereo (il quarto movimento è appunto ‘Funebre’), segna altresì un momento tragico nella vita del compositore: Scriabin si era appena gravemente danneggiato le articolazioni della mano destra in seguito a uno studio folle sulla Fantasia sul Don Giovanni di Listz e sull’Islamey di Balakirev. Il suo è dunque un grido disperato ad un Dio che sembra averlo condannato a un irreparabile destino. Con il tempo, la sua mano destra, si dice, guarì.

1. Allegro con fuoco

2. Adagio

3. Presto

4. Funèbre

Di seguito la versione di Vladimir Ashkenazy.

Bamboccioni in fuga

L’anno scorso si è registrato un boom di espatri di giovani italiani, lombardi in testa, seguiti da veneti e siciliani. Si parte per la mancanza di prospettive, di occupazione, per lasciare un lavoro che non c’è oppure un lavoro precario o che non dà alcuna soddisfazione sul piano personale.

E nell’assenza di futuro che rende la vita, spesso, un semplice tirare avanti, che risposte danno i nostri politici?

La speranza è che riescano almeno a capire che la fuga di tante risorse ed energie positive è anche, e in primis, un danno economico. Una ferita a un’Italia che non c’è più, che si è persa per strada senza che i padroni di casa, i nostri politici, se ne rendessero conto, ottenebrati come sono dal miope e lurido calcolo delle proprie tasche: sempre piene, se possibile, grazie.

Milioni di giovani che se ne sono andati e ancora se ne vanno: come una donna che, stanca di un matrimonio che si trascinava da anni, se ne fosse andata in silenzio, dopo che ogni comunicazione con il marito era stata ormai interrotta da tempo immemore.

Ecco, politici dei miei stivali, imparate ad ascoltare non solo il popolo che evade e che vi fa comodo accontentare, ascoltate anche chi lavora, chi suda, chi studia per avere un futuro, perché voi glielo avete rubato, il futuro.

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Il tempo perso… (lavorando!)

Le temps perdu

Devant la porte de l’usine

le travailleur soudain s’arrête

le beau temps l’a tiré par la veste

et comme il se retourne

et regarde le soleil

tout rouge tout rond

souriant dans son ciel de plomb

il cligne de l’oeil

familièrement

Dis donc camarade Soleil

tu ne trouves pas

que c’est plûtot con

de donner une journée pareille

à un patron?

   Jacques Prévert

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Il tempo perso

Sulla porta dell’officina

d’improvviso si ferma l’operaio

la bella giornata lo ha tirato per la giacca

e non appena volta lo sguardo

per osservare il sole

tutto rosso tutto tondo

sorridente nel suo cielo di piombo

fa l’occhiolino

familiarmente

Dimmi dunque compagno Sole

davvero non ti sembra

che sia un po’ coglione

regalare una giornata come questa

ad un padrone?

traduzione di M. Cucchi e G. Raboni, Ugo Guanda Editore 

Il triangolo no.. non l’avevo considerato!

Sento i bisogni del corpo, li ascolto attentamente e dò loro una risposta. Sento i bisogni della mente e del cuore, e dò loro un’altra risposta. Altrettanto adeguata, stando bene attenta a non mescolare le due cose. Sarebbe un disastro se Cuore e Mente iniziassero a pretendere di poter soddisfare loro, i bisogni del Corpo.. non c’è spazio per la confusione! E allora Mente accompagnata da Cuore vaga per il mondo, riceve molti stimoli e li elabora, a volte va in corto circuito ed prende con sè delle scorie (umane e non) senza rendersene conto: al prossimo Centro Ecologico se ne sbarazzerà, non si sa mai che possano servire (riciclate) a qualcun altro. E prosegue il suo viaggio… ogni tanto Corpo lancia subdoli messaggi alla mente perché la sente complice e partecipe delle sue avventure: è un furbacchione, questo Corpo, meglio non dargli troppo ascolto, gli basta poco a gasarsi e mandare in visibilio i suoi due amichetti Mente e Cuore. Mente e Cuore hanno sviluppato un sistema di vasi comunicanti: Mente può comunicare con Cuore solo se Cuore è abbastanza morbido e preparato, ma negli ultimi anni a causa di molte ammaccatture ha creato una scorza cicatrizzatasi attorno alle ferite che lo aiuta a parare i colpi. Dall’altra parte, Cuore si è indurito e non ha più la malleabilità quasi adolescenziale che gli permetteva di sentirsi in poco tempo invaso di sangue così dolce da fargli quasi ribrezzo.. Ora no, non più, è un Cuore versione Cavaliere dei Templari, munito di elmo, scudo e corazza acciaio inossidabile… non si sa mai, meglio tenersi preparati a ogni evenienza. Da un po’ di tempo, dicevo, Mente fa fatica a mandare messaggi a Cuore: Corpo la manda in estasi, e tutta felice si precipita da Cuore per farlo partecipe, speranzosa che possa tornare in forma. Scesa nella dolce e rossa prateria, scorge all’orizzonte un cavaliere tenebroso armato di lancia e scudo, il viso ricoperto di elmo che fa appena intravedere due occhi luminosi e pungenti… è infilato in una corazza che peserà almeno 5 kg! Ahahahah … una risata interiore la sconquassa, e sconsolata se ne ritorna nei suoi appartamenti al 30esimo piano. 

Alla prossima puntata. 

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Prévert insegna

Paris at night

Trois allumettes une à une allumées dans la nuit

La première pour voir ton visage tout entier

La seconde pour voire tes yeux

La dernière pour voir ta bouche

Et l’obscurité tout entière pour me rappeler tout cela

En te serrant dans mes bras.

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Tre fiammiferi accesi uno per uno nella notte

Il primo per vederti tutto il viso

Il secondo per vederti gli occhi

L’ultimo per vedere la tua bocca

E tutto il buio per ricordarmi queste cose

Mentre ti stringo fra le braccia.

traduzione di M. Cucchi e G. Raboni, Ugo Guanda Editore